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giovedì 1 dicembre 2016

IL DRAGO (Episodio 4)

di Gianluca Bissolati
Link ep.1: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-1.html
Link ep.2: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-2.html
Link ep.3: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-3.html


 Eravamo nella tana, ed anche se non potevamo vedere nulla davanti a noi a causa dello scudo, notammo immediatamente che qualcosa non tornava. Il drago avrebbe dovuto accoglierci con il suo alito rovente, ma allora dov'erano le fiamme?
Sollevando lentamente la testa oltre al cofano, osservai tutt'attorno alla ricerca del lucertolone, ma trovai solamente un bidet ed un water parzialmente divelti.
«Dov'è il drago?», domandai sospettoso.
«Deve essersi nascosto», ipotizzò Amedé.
«Nel cesso?»
«Allora è fuggito», disse Fedro lasciando cadere il pesante cofano.«Là c'è una finestra aperta».
Di corsa, ci dirigemmo tutti in direzione della finestra, scrutando il cielo e la strada alla ricerca del mostro fuggitivo, senza notare nulla di anomalo.
«Fuori non c'è, deve essere qui, da qualche parte».
Proprio mentre pronunciavo quelle parole, di nuovo il rumore gorgogliante si fece sentire alla nostre spalle. Spaventati, ci voltammo di scatto, convinti di vedere le fauci del mostro pronte ad avventarsi su di noi, ma ancora una volta vedemmo solo il water malandato. Al che, Amedé ebbe l'illuminazione.
«Ragazzi, non c'è nessun drago. Lo avevo detto io: è davvero il rumore dell'acqua nelle tubature. Probabilmente lo scarico di quel vecchio cesso ha una perdita».
Scettici, rimanemmo immobili per un minuto, fino a che il rumore fugò definitivamente i nostri dubbi.
«Quindi non siamo degli eroi», disse Fedro sedendosi pesantemente sul bordo del bidet. Pareva essere diventato improvvisamente stanco.
«No, siamo solo degli illusi», sentenziai a mia volta, sentendomi anch'io privo di energie.
A testa bassa, camminando piano, uscimmo dal bagno e scendemmo le scale, senza preoccuparci di riportare con noi le armi; senza badare al tonfo sordo dei nostri passi sul legno dei gradini. Una volta al piano terra, l'odore pungente dell'orina di gatto ci riempì le narici, e notevolmente infastiditi, ci affrettammo a scavalcare la finestra da cui eravamo entrati. Il cortile mi pareva ancora più desolante di quanto mi fosse apparso in precedenza. Al di sotto del grande albero, notai con la coda dell'occhio un mucchietto di peli bianchi e neri, totalmente immobili: doveva essere il cadavere del gatto scomparso qualche giorno addietro, semplicemente perito per la vecchiaia.
Senza badare a chi vi fosse per strada, scavalcammo il muretto di cinta dell'abitazione, poi tornammo in casa di Fedro, dove ci accolse sua madre preoccupata per la nostra prolungata assenza. Alle sue domande, rispondemmo con un filo di voce che eravamo andati a giocare poco distante da lì.
Io ed Amedé non ci trattenemmo a lungo dal nostro amico: prendemmo ognuno il proprio giaccone e ce ne tornammo mesti a casa. Mentre camminavo lungo la via del ritorno, notai che la luce solare si era notevolmente affievolita. Anche per quel giorno, l'omino nel cielo aveva fatto il suo lavoro: era giunto anche per lui ed i suoi possenti cavalli il momento del riposo.

Ricordo ancora la bruciante delusione che provammo nel vedere che la nostra missione si era conclusa con la scoperta di un bagno malandato. Per diverso tempo evitammo accuratamente di parlare della nostra disfatta, fino a che, quando ormai avevamo tutti dieci anni, Amedé tirò fuori nuovamente l'argomento.
«Vi ricordate l'anno scorso, quando cercavamo il drago?»
«Come dimenticarlo? Ancora mi brucia che non c'era!», dissi leggermente alterato.
«Sì, è stato un peccato che sia finita così. Ma in fondo, cosa cambia?»
Io e Fedro guardammo incuriositi il nostro amico. Ci pareva evidente l'abissale differenza: eravamo partiti speranzosi di diventare degli eroi, ma una volta tornati non avevamo domato nessuna bestia.
«Mi spiego meglio: anche se il mostro non c'era, noi eravamo pronti a combatterlo ugualmente», ci disse Amedé. «Avevamo paura, ma alla fine siamo andati avanti comunque, cercando di farci coraggio. Per come la vedo io, siamo comunque degli eroi».
Fedro sollevò lo sguardo da terra e guardò negli occhi l'amico parigino. «Tu dici che conta ugualmente come un'impresa eroica? Anche se non abbiamo combattuto?»
«Per me sì. Da quel giorno mi sono sentito spaventato molto più raramente, ed anche quando è capitato, mi sono sempre ricordato di quando ho aperto la porta ed abbiamo fatto tutti irruzione nel bagno».
«Ah! Mi ricordo! È stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita», dissi con fare da ometto vissuto.
«Vero! Un minuto prima stavo piagnucolando», continuò Amedé, «ed un minuto dopo ero pronto a prendere a bastonate un drago! È grazie a quel momento se sono diventato più forte».
«Hai ragione», commentò Fedro, «arrivati nella tana saremmo stati pronti a fare di tutto: avevamo sconfitto la paura».
«Esattamente!», riprese il nostro amico di colore, «Ci ho pensato tanto: quel giorno sapevamo cosa volevamo fare, e insieme, abbiamo fatto di tutto per farlo. Siamo stati bravi».
«Eroici direi», corressi sorridendo il mio amico. «Tutti per uno?»
«Ed uno per uno!», concluse trionfalmente Fedro, che continuava a perseverare nel suo madornale errore.
«Guarda che si dice “uno per tutti”, come dici te non ha senso», lo apostrofò Amedé.
«Ma non dire baggianate!»
Con il nostro spirito combattivo finalmente ritrovato, tornammo a giocare sotto al sole caldo, trasportato sul suo carro dall'infaticabile omino del cielo.

martedì 29 novembre 2016

IL DRAGO (Episodio 3)

di Gianluca Bissolati
Link ep.1: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-1.html
Link ep:2: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-2.html

 Il giardino era ridotto ad un groviglio di sterpaglie e rametti spezzati, con un alto albero in un punto poco distaste la casa. Dovevo guardare attentamente dove mettevo i piedi, dal momento che l'olfatto mi diceva che quello era ormai diventato il gabinetto di tutti i gatti del vicinato. Senza perdere tempo, io e i miei amici individuammo una finestra socchiusa, e agili come dei topolini, ci intrufolammo nel pertugio, riuscendo a fatica a far passare anche il cofano.
«C'è puzza di pipì di gatto qua dentro!», esclamai schifato non appena misi piede in un grande stanzone completamente vuoto.
«Non sono i gatti!», mi corresse Fedro, «È il drago che marca il suo territorio!»
«E non urlare! Il drago potrebbe sentirti e venirci a prendere tutti», mi rimproverò Amedé bisbigliando, «se ci mangia tutti è colpa tua!»
Lo guardai risentito e rimasi in silenzio, rifiutando in cuor mio l'accusa di essere la possibile causa della nostra disfatta. Zittendoci con un sibilo, Fedro si incamminò nella stanza adiacente a quella in cui eravamo, in cui si trovava una rampa di scale che conduceva al primo piano. Ai piedi della scalinata, ci fermammo per qualche secondo riflettendo sul nostro imminente futuro.
«Ci siamo», dissi. «Tra poco passeremo alla storia come coloro che hanno domato un drago».
«Siamo degli eroi, gente», annunciò Fedro appoggiando il cofano sulle scale di legno, che immancabilmente produssero un rumore sordo che rimbombò tra le pareti.
«Ancora a fare rumore?!», lo apostrofò Amedé, «prima ci è andata bene quando Gian ha urlato, ma se stavolta esce dal suo nascondiglio e scende a mangiarci è colpa tua, Fedro!». Il bersaglio del rimprovero consigliò all'amico di non dire baggianate, terminando la frase con una parola che non si addiceva per niente in bocca ad un bambino di nove anni.
«Ma tua mamma lo sa che chiami il pisello in quel modo?», domandai scioccato.
«No, e non deve saperlo».
«Quando abbiamo finito col drago glielo dirò», mugugnò Amedé, visibilmente risentito, «poi mi dirai se ti ha fatto più paura la bestia o tua madre arrabbiata».
«Basta discutere!», mi intromisi facendo da paciere, «Abbiamo l'umanità intera da salvare».
In silenzio e col viso imbronciato, salimmo le scale di legno camminando più adagio possibile. Io ed Amedé ci muovemmo agili come farfalle, mentre Fedro, appesantito dal cofano, aveva l'incedere di un ippopotamo. Seppur preoccupati per il baccano, sia Amedé che io decidemmo di non dire nulla: non era il caso di infastidire il nostro compagno biondo ancora di più. Una volta giunti in cima alla scalinata, ci trovammo davanti una porta aperta, che conduceva a quella che un tempo era stata una camera da letto. Senza esitare vi entrammo, e qui sentimmo per la prima volta il respiro del drago, proveniente da una porta chiusa in una delle pareti.
«Porca vacca!», esclamò Amedé spaventato, e corse a ripararsi dietro a Fedro ed il suo scudo.
«Eh no!», bisbigliò il biondino, «Prima ci dici di non fare rumore, ed ora che siamo a quattro passi dall'animale ti metti ad urlare? Se adesso esce e ci mangia è colpa tua, mica mia!». Non potei fare a meno di provare un sincero piacere udendo quelle parole puramente vendicative.
«Ma ho paura ragazzi! La faccenda potrebbe essere più pericolosa del previsto!»
«Sii coraggioso!», dissi con tono condiscendente.
«Ma ho troppa paura! Non ce la faccio!»
«Mio papà dice che si può essere coraggiosi solamente quando si ha paura, altrimenti il coraggio non avrebbe senso: se non si teme niente, ci si comporta in maniera normale», risposi per dare animo al mio amico francese, «è in queste situazioni che si vedono i veri eroi: quando fanno quello che devono anche se gli tremano le gambe.»
«Gian ha ragione», mi diede manforte Fedro, ormai scordatosi il risentimento nei confronti dell'amico, «e poi abbiamo uno scudo e le armi: niente ci può fermare. Tutti per uno, e uno per uno!», urlò in fine trionfalmente, inconsapevole di aver appena massacrato una delle frasi più famose della storia.
«Ok, andiamo!», disse Amedé sentendosi un po' meglio, «Uno per tutti, e tutti per uno!». Seppure non dissi nulla, non potei fare a meno di provare un senso di pace interiore quando la citazione venne fatta correttamente.
«Ai posti di combattimento!», urlai ai miei compagni d'armi, proprio mentre dall'altra parte della porta tornava a farsi sentire il temibile respiro.
Ormai pronti alla battaglia, ci disponemmo come avevamo in precedenza stabilito. Io mi appiattii lungo la parete alla destra della porta, tenendo saldamente in mano il tubo di ferro; Amedé si mise al lato opposto, con una mano sulla maniglia e nell'altra il manico della scopa; Fedro, accucciandosi dietro allo scudo, si posizionò esattamente davanti all'ingresso della tana, pronto a respingere le fiamme che il drago ci avrebbe vomitato addosso non appena avremmo spalancato l'uscio.
«Apri!», urlai. Al mio ordine Amedé abbassò la maniglia, permettendo a Fedro ed al suo scudo di entrare nella tana, seguito a ruota da me e dall'altro guerriero. In men che non si dica, eravamo nel nascondiglio del drago, pronti a combattere con le unghie e con i denti.

Link ep.4: http://logaloud.blogspot.it/2016/12/il-drago-episodio-4.html

domenica 27 novembre 2016

IL DRAGO (Episodio 2)

di Gianluca Bissolati
Link ep.1: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-1.html

Quando ero bambino, mia madre era solita raccontarmi la storia di un uomo che viaggiava nel cielo con un carro trainato da possenti cavalli, trasportando il sole nel suo tragitto celeste. A quei tempi non sapevo che si stesse riferendo all'antico mito di Apollo, e l'ascoltavo con incredulità, senza cogliere il carattere allegorico delle sue parole. Perché mai un disgraziato avrebbe dovuto fare un lavoro tanto pesante? Come diavolo faceva a non scottarsi portando a spasso una lampadina tanto grande? E poi, come faceva a non cadere a terra? Seppure sospettoso, da bravo bambino quale ero, credevo alle parole di mia madre, e quel giorno, uscendo di casa, non potei fare a meno di constatare che quell'omino aveva già compiuto parecchia strada, essendo il sole già nella fase calante del tardo pomeriggio.
L'appuntamento prima della spedizione alla tana del drago era per le sedici a casa di Fedro. La dimora del mio amico era la metà di destra di un grande edificio bifamiliare, costruito con uno schema speculare tra le due abitazioni. Arrivai alla meta con qualche minuto di ritardo, e suonai il citofono tenendo stretta sotto al giaccone l'arma che mi ero portato dietro. Ad aprirmi la porta fu Fedro, che mi fece segno di entrare senza dare nell'occhio, e di seguirlo al primo piano, dove già si trovava Amedé.
Entrai nella camera del mio amico, dove, seduto a terra, ci aspettava il terzo della combriccola. Sul letto di Fedro erano poggiate le armi trovate dai miei due soci: un vecchio cofano di un auto, rubato da Fedro nell'officina del padre meccanico, ed un manico di scopa portato da Amedé. Vicino ai due attrezzi riposi anche l'oggetto che mi ero portato dietro: un tubo di ferro lungo una trentina di centimetri. Osservai per un po' il nostro arsenale, constatando compiaciuto come quelle cianfrusaglie ci avrebbero sicuramente protetto dal temibile drago.
Fedro si accomodò accanto ad Amedé, facendomi segno di fare altrettanto. «Siamo tutti pronti per la spedizione?», ci domandò il padrone di casa. Senza pensarci due volte, io ed Amedé rispondemmo che non eravamo mai stati più pronti in vita nostra.
«Prima di partire», continuò Fedro, «voglio portarvi ad ascoltare il respiro del drago, così capirete anche voi dove dobbiamo andare una volta entrati nella sua tana».
Facendo segno di alzarci, Fedro ci condusse dalla camera da letto al bagno del primo primo. Una volta giunti a destinazione, il biondino ci intimò di restare in silenzio. Rimanemmo muti per circa un minuto, guardandoci a vicenda negli occhi trepidanti, poi udimmo l'agghiacciante suono. Da oltre la parete, nel bagno della casa accanto, udimmo un rumore basso e gorgogliante, che proseguì per pochi secondi, dopodiché cadde nuovamente il silenzio.
«Ha un respiro che somiglia moltissimo al rumore che fa l'acqua nei tubi quando c'è una perdita!», esclamò Amedé, senza rendersi conto che con quell'affermazione avrebbe potuto mandare a monte la nostra missione.
«Naturalmente», concesse Fedro, «il drago devo produrre molta saliva se non vuole bruciarsi la gola con il fuoco. Per questo, quando respira, l'aria che passa dai polmoni alle narici smuove tutta la bava, facendo quel rumore».
Continuavo a rimanere strabiliato dall'infinita saggezza di Fedro, domandandomi dove avesse ottenuto tutte quelle informazioni sull'anatomia dell'animale in questione. Quando glielo chiesi, mi rispose infastidito che gliele aveva fornite un suo cugino, che aveva avuto la fortuna di incontrare un drago prima di noi. Fidandomi del mio amico, non posi più domande, e tutti e tre, in silenzio, tornammo nella camera da dove eravamo venuti.
Una volta qui raccogliemmo ognuno la nostra arma, e scendemmo le scale facendo meno rumore possibile. Per me ed Amedé non fu difficile essere silenziosi, ma per Fedro, che doveva portarsi dietro il cofano che avremmo utilizzato come scudo contro il fuoco della bestia, la faccenda era più complicata del previsto. Non appena uscì dalla camera, andò a sbattere contro la ringhiera delle scale, facendo un baccano infernale. Trattenemmo tutti e tre il respiro, aspettandoci l'urlo della madre del nostro amico da un momento all'altro. Fortunatamente, la signora Fedro era impegnata a guardare un programma televisivo, e non disse nulla nonostante il frastuono. Rincuorati, scendemmo il più rapidamente possibile le scale ed uscimmo in strada, passando per la porta che vi conduceva direttamente.
Una volta all'aperto ci guardammo in torno per controllare che nessuno ci avesse visti, poi, il più rapidamente possibile, scavalcammo il basso muro di cinta che conduceva nel cortile dell'abitazione adiacente. Finalmente, dopo tanto parlare, era giunto il momento di entrare in azione.

Link ep.3: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-3.html

venerdì 25 novembre 2016

IL DRAGO (Episodio 1)

di Gianluca Bissolati


 Quando lo vidi attraversare il cancellino che portava nel cortile di casa mia insieme ad Amedé, mi accorsi immediatamente che in Fedro c'era qualcosa di diverso. Aveva un'espressione seria e forzatamente pacata, ma allo stesso tempo mostrava nei movimenti rapidi e nervosi una notevole eccitazione. Senza salutare e senza chiedere il permesso, si mise a sedere su una delle sedie attorno al tavolino in un angolo del cortile. Io ed Amedé lo imitammo subito.
«Ho scoperto una cosa importantissima».
Io e Amedé ci guardammo. Vedevo negli occhi neri del mio amico la stessa perplessità che provavo io. Avevamo tutti e tre nove anni a quell'epoca, e per quanto volessimo credere all'eccezionalità di quanto scoperto da Fedro, non potevamo fare a meno di pensare che si trattasse, come al solito, di una cosa da nulla.
«Tipo?»
La voce dall'accento francese di Amedé mi precedette. Era un bambino nero di origine parigina, trasferitosi da qualche anno nel piccolo paese della pianura padana in cui avevo sempre abitato.
«È una cosa incredibile ragazzi: c'è un drago vicino a casa mia!»
Spalancai gli occhi e fissai Fedro per un minuto abbondante, senza dire un parola. Studiai attentamente l'espressione sul suo volto, osservando i suoi occhi azzurri alla ricerca di un segno che mi permettesse di capire se stesse dicendo la verità o ci stesse mentendo. Scrutai anche i suoi movimenti. Sapevo che aveva la tendenza a passarsi la mano tra i folti capelli biondi quando mentiva, ma questa volta non fece nulla di simile: si limitò a rimanere nervosamente seduto con la stessa, impassibile, espressione seria e pacata. Pareva sincero.
«Ne sei sicuro?», dissi con un tono inquisitore.
«Al cento per cento. È un drago di quelli veri, con gli occhi rosso fuoco e la lingua biforcuta.»
«Come fai ad essere sicuro che abbia gli occhi rossi e la lingua fatta così? Lo hai visto?», domando Amedé con un fare da avvocato.
«Nossignore, non l'ho visto, l'ho solo sentito respirare».
«E allora come fai ad essere così convinto della tua descrizione?». Avevo ormai deciso di credere all'esistenza del drago: se Fedro diceva di averlo sentito respirare, non avevo alcun motivo di credere che si trattasse di qualcos'altro. Mi stupiva solamente la sicurezza con cui si addentrava nella descrizione della mirabolante bestia, pur non avendola mai vista.
«Siamo seri ragazzi!», sentenziò Fedro con aria annoiata, «lo sanno tutti come sono fatti i draghi! Hanno gli occhi rossi perché il fuoco che hanno in gola li fa brillare, e la lingua è biforcuta perché sono gli antenati di lucertole e serpenti!»
Di fronte a cotanta scientificità feci mea culpa e tacqui, vergognandomi per la mia ignoranza. Amedé, dal canto suo, pur accettando la precisa argomentazione di Fedro, nutriva ancora dei sospetti.
«E perché dovrebbe essere proprio un drago? Si dice che il respiro delle biterne sia molto simile: potrebbe essere una di loro».
«Di cosa?!», domandò visibilmente confuso Fedro.
«Credo volesse dire una viverna», dissi, cercando di interpretare la storpiatura del mio amico.
«E come è fatta quella roba lì?», ci interrogò il nostro compagno biondo.
Assumendo un tono da professore, visibilmente orgoglioso di poterci fornire qualche altra nozione scientifica, Amedé si accinse a narrarci le spettacolari fattezze dell'animale. «Si dice che sia quasi in tutto e per tutto simile ad un drago. Le uniche cose diverse sono le dimensioni – la biterna è più piccola – ed il fatto che, a differenza dei draghi, non abbia le gambe davanti.»
Notai con leggero disappunto che il nome dell'essere oggetto d'analisi continuava ad essere massacrato impunemente, nonostante la mia precisazione. Provai a far notare lo spiacevole fatto, ma Fedro parlò prima che io potessi aprire bocca.
«Non credo che un animale tanto stupido possa esistere. Nossignore!»
«Perché no?», dissi risentito. «Se i draghi esistono, perché le viverne non possono essere reali?»
«Semplicissimo: se davvero la minerva è più piccola dei draghi, sicuramente ad oggi sarebbe già estinta, uccisa dai cugini più grandi. E poi non credo sia mai esistita: come farebbe a muoversi una bestia del genere, senza le gambe davanti? Saltellando come un uccellino? Mi sembra troppo ridicola! Mi rifiuto di crede!»
Seppure affranto dall'ennesimo maltrattamento subito dal nome del mostro, non potei fare a meno di constatare che Fedro aveva ragione. Ancora una volta mi inchinai davanti all'immenso patrimonio culturale posseduto dal mio amico. Anche Amedé pareva convinto, dal momento che non parlò più della viverna e si concentrò su altre questioni.
«Bene allora: è un drago. Dove si trova di preciso?»
Fedro si fece scuro in volto, poi rispose. «Si trova nella casa disabitata vicino alla mia.»
«Un covo eccellente per un drago!», sentenziai ammirando la scelta abitativa della bestia.
«Potrebbe essere un problema», fece notare giustamente Amedé. «Credi sia pericoloso? Hai notato qualcosa di preoccupante nell'ultimo periodo?»
A questa domanda, Fedro si fece pensieroso. Portandosi la mano al mento, fissò per qualche secondo il vuoto, scrutando nei suoi pensieri alla ricerca di qualche anomalia. «Non credo lo sia, per ora. Non è successo nulla di davvero preoccupante. Solo, qualche giorno fa, è scomparso il gatto di una famiglia che abita nel mio quartiere. Lo vedevano molto spesso entrare in una finestra socchiusa della casa disabitata. Credo sia stato mangiato.»
Constatai che la scomparsa del felino doveva essere necessariamente collegata alla comparsa del drago. Se fosse stato investito avrebbero trovato il suo corpo da qualche parte, ma dato che la bestiola non si trovava, l'unica ipotesi accettabile era che fosse stata divorata.
«Ok, per ora la creatura non dà problemi agli esseri umani, ma magari più avanti lo farà. Dovremmo indagare». Amedé sembrava molto deciso nel suo proposito, come del resto sembrava essere d'accordo anche Fedro. Io personalmente provai per un attimo una leggera inquietudine, ma il bene dell'umanità dipendeva dai noi tre, quindi mi feci coraggio e mi dichiarai pronto ad agire.
«Proprio per questo vi ho informati», disse solennemente il nostro amico dagli occhi azzurri, «dobbiamo entrare nel suo covo ed osservarlo, così potremo capire se rappresenta un pericolo o no».
«Come speri di fare, scusa? Non credo sia facile entrare nella tana di un drago, ed ancora meno uscirne. Ci vorrebbero per lo meno delle armi», feci notare.
«Ho già un piano, non ti devi preoccupare. Ho solo bisogno che mi diciate se siete con me o contro di me!»
Io ed Amedé ci guardammo nuovamente, confusi dall'ultima affermazione di Fedro. Perché mai avremmo dovuto essere contro di lui? Al massimo avremmo rifiutato l'avventura e lo avremmo abbandonato nella sua temeraria spedizione, ma non gli avremmo mai messo i bastoni tra le ruote. Sta di fatto che, nonostante le perplessità, io ed il mio socio ribadimmo quanto detto in precedenza e non esitammo ad appoggiare la nobile causa di Fedro.
«Perfetto! Ascoltate cosa ho in mente!»
A queste parole, restammo in silenzio mentre ci veniva illustrato il piano. Per tutto il pomeriggio, noncuranti del freddo tipico dell'ottobre inoltrato, discutemmo su come portare a termine la nostra missione, valutando innumerevoli ipotesi per migliorare il progetto esposto da Fedro.
Saremmo entrati in azione di lì a pochi giorni, pronti a prestare servizio per la causa dell'umanità.

Link Ep. 2: http://logaloud.blogspot.it/2016/11/il-drago-episodio-2.html

mercoledì 17 agosto 2016

LA BANDA DEL CORTILE: "SCHIANTO" (estratto dal capitolo)

di Gianluca Bissolati

“Allora gente, che si fa?”
 Spegnendo la seconda sigaretta del pomeriggio, saluto con la mano Niky e Giova seduti sulla solita panchina davanti al monumento dei caduti della Seconda Guerra Mondiale, al centro della piazza.
 Niky ha l’aria più pallida del solito. Quello che si intravede tra il berretto e il cappotto scuro mette in evidenza il naso e due occhiaie che gli danno un’aria quasi cadaverica. Non è malato. Anzi gode di una salute migliore della mia e di Giova, nonostante sia un po’ più magro di noi. Solo non sopporta assolutamente il freddo, il che spiega gli abiti eccessivamente pesanti per il periodo in cui ci troviamo.
 Giova invece è l’esatto opposto. Cappotto con la cerniera perennemente aperta ed una semplice maglietta a maniche corte. La sua versione per spiegare questa mise è quella che il cappotto che indossa sia sufficientemente caldo nonostante sia aperto. La versione mia e di Niky è quella che si infili dei carboni ardenti nel didietro come hobby e che quindi sia perennemente accaldato. Oppure che sia in menopausa e soffra di scalmane. C’è ancora dibattito.
 “Che ne dite del ‘Nano Storto’?”
 “È troppo presto. È ancora chiuso.”
 Il freddo fa male all’unico neurone di Niky, che fa proposte senza senso. Fortunatamente Giova è sempre attivo, seppure con scarsi risultati il più delle volte, e prontamente lo corregge.
 Prendo il pacchetto dalla tasca ed estraggo un’altra sigaretta.
 “Infatti. Poi ultimamente è strano andare al ‘Nano’.”
 “Per Bruno?“ mi chiede Giova fumando anche lui.
 “Già.”
 Non risponde. Inarca le sopracciglia e guarda Niky che, zitto, ricambia il gesto. So cosa stanno pensando, e non posso dargli torto.
(...)
“Beh, non puoi dargli torto“ dopo qualche minuto di silenzio, finalmente Giova riprende la parola. Niky, soffiandosi sulle mani per scaldarle, annuisce.
 “Forse sì. Ma vedendo come sono andate le cose non capisco il problema.”
(...)
“Lasciamo perdere. Che facciamo allora, dal momento che il ‘Nano’ è chiuso?“ Niky sfodera la sua diplomazia e cambia discorso. Il  che mi fa sinceramente piacere.
 “Andiamo al ‘Cortile’. Ci facciamo due canne anche senza birre. Offro io.”
 Mi giro e gettando a terra il mozzicone della sigaretta mi incammino verso il ‘Cortile’. Alle mie spalle, ‘Ghiacciolo-Niky’ e ‘Menopausa-Giova’ mi seguono. L’uno tremante di freddo, l’altro sventolando la giacca aperta.

 Sono una coppia molto particolare.

 Gatto non appena ci vede arrivare, passa sotto il fil di ferro ed esce dal “Cortile”. Mi stava aspettando per tornare a casa ma capisce che non sarà subito e si sdraia vicino alla recinzione, controllandomi con la coda dell’occhio. A volte credo che sia un cane travestito da felino per quanto mi è fedele.

 Credo mi abbia adottato.
 Magari tu hai adottato lui. È diverso.
 No. È lui che cura me, non viceversa. Devo essere come il suo animale da compagnia.
 Si sono invertite le parti?
 Credo proprio di sì.

“Niky: prendi le cartine. Giova: rompi la siga. Intanto io sbriciolo il fumo.”
 “No, lascia stare. Fai sbriciolare a Niky. Se gli diamo le cartine, ora che fa su la canna, vengono le cinque.”
 “Fottiti“ Niky risponde risentito, pur sapendo che Giova ha perfettamente ragione.
 Sono le mani fredde che fottono Niky in queste operazioni. Sarà un problema circolatorio, ma le sue mani, almeno nel periodo autunnale e invernale, sono sempre ad una temperatura paragonabile a quella di una cella frigorifera, che per rollare non è il massimo. Credo perciò che l’idea di dargli in mano l’accendino e scaldare il Nero sia la migliore. Almeno riporta le dita ad una temperatura umanamente accettabile.

 Dati i compiti, tre canne sono pronte nel giro di cinque minuti. La mia è la più grassa di tutte. Visto che sono io ad offrire, mi sembra il minimo.

Non fumare che poi lavori.

 Accendo la cima col Bic nero e aspiro a pieni polmoni.

 Stavi dicendo?
 Idiota.

 Il sapore del fumo spazza via quello della sigaretta. Non saprei descriverlo con precisione, ma mi riempie dolcemente le narici e mi piace.
(...)
Verso le quattro e venti saluto i miei amici e li lascio a godersi i resti del Nero che gentilmente ho offerto.

E quei due bastardi non hanno rifiutato.

Con passo lento e un po’ barcollante, mi avvio, sorriso stampato in viso e mano che saluta la ‘Strana coppia della temperatura corporea inconsistente’.
 Gatto mi vede, si alza e mi segue. Non mi precede però, sta a qualche metro da me, sulla sinistra. Credo abbia paura di essere calpestato, dato il mio passo insicuro.

 Come dargli torto?
 E adesso come fai a guidare? Come fai a lavorare?
 Come ho fatto l’altra volta.
 Facendo schifo.
 Taci.

 Prima di attraversare la strada, guardo sia a destra che a sinistra. Gatto non lo fa ma, per spirito di partecipazione, si ferma ad aspettarmi.
 Non c’è in giro anima viva. Solo una macchina ferma ad un incrocio poco lontano. Sembra stia ripartendo, ma dovrei farcela comunque ad attraversare.

 Hai fumato. Non sei lucido. Fermati per sicurezza.
 Naaah..

 Scendo dal marciapiede seguito da Gatto che continua a mantenersi qualche metro alla mia sinistra.
 Sento che l’auto accelera improvvisamente. Mi volto. Gatto rimane immobile in mezzo alla strada e viene travolto. L’auto sbanda e si schianta con il muso contro la mia anca, sollevandomi da terra. Ricado sul cofano sbattendo la testa contro il parabrezza, all’altezza del sopracciglio. Il rinculo mi sbalza a qualche metro di distanza.

 L’auto si allontana lasciandomi solo sull’asfalto.


(Per maggiori informazioni sull'opera integrale o per l'acquisto, copiare e incollare il link di seguito:
 http://www.ibs.it/ebook/Bissolati-Gianluca/La-banda-del/9788898041381.html )

sabato 23 aprile 2016

IL QUADRO

Tante sono le cose che si ricordano di una persona, di un momento, di un luogo.
Spesso, soffermarsi su certi particolari, provare ad imprimerseli nella memoria, serve a poco, quando in verità in noi rimangono cose che, ad un primo sguardo, risultano nullità, alla stregua di immagini di passaggio.
Ecco, mi successe che una sera mi ritrovai per le strade di Valencia, passeggiando assieme ad un mio amico.
I miei occhi, stanchi per la sfiancante giornata tra le vie della caotica ciudad de la cienca, raramente si posavano su qualcosa di interessante.
In qualsiasi altra circostanza avrebbero seguito, bramosi, i movimenti basculanti del di dietro di ogni ragazza nei paraggi ma quella notte anche cose del genere perdevano di importanza.
Ci fermammo, dovevano essere quasi le 3 di notte ormai, in un pub al quale eravamo passati di fianco decine di volte, senza mai entrare.
L’odore all’interno era il tipico da birreria, nulla di nuovo, ma mentre attendevo la mia pinta al bancone, notai in un angolo, quasi nascosto, un quadro.
Non spiccava né per dimensioni, né per colori particolarmente sgargianti né, proprio no, per l’originalità del soggetto: raffigurava una donna che, con viso annoiato, stava appoggiata ad un tavolino.
Probabilmente di un bar, mi suggerì il mio cervello mentre davo la prima sorsata al mio boccale.
In realtà non avevo nessun motivo per credere una cosa del genere, nel dipinto non vi erano particolari che potessero riferirsi a quell’ambientazione e quel tavolino avrebbe potuto tranquillamente trovarsi in un salotto come in un giardino.
Per qualche motivo però mi ero immedesimato nella tela, avevo trovato un punto di contatto e non avevo nessuna intenzione di perderlo.
La ragazza nel quadro, oltretutto molto bella, era annoiata, delusa, in attesa di qualcosa che sicuramente non avrebbe trovato in quella bettola dove era stata dipinta, lo sapeva, eppure era lì, intrappolata per sempre, a causa dei colori e dei pennelli del maestro che l’aveva rappresentata.
Sarebbe sempre rimasta lì, cristallizzata, meravigliosa ma incastrata in una menzogna, in una promessa che non sarebbe mai stata mantenuta.
Forse mi piaceva proprio per quello.
Per la mia mente, che aveva interpretato il tutto a proprio piacimento, io e lei ci somigliavamo così tanto.
Ma nonostante cercassimo entrambi qualcosa, non ci stavamo cercando a vicenda.
Agitai il mio bicchiere nella sua direzione, in segno di brindisi e saluto.
< Cazzo fai? >
Mi chiese stupito il mio amico.
< Nulla, mi sono innamorato per una decina di secondi >

mercoledì 23 dicembre 2015

GRANDI OCCHI DA TITANIA

 Lo trovarono in lacrime, vicino all'aeroporto, mentre osservava i dischi volanti che prendevano quota, e lui, disperato e urlante, si lamentava di voler tornare a casa.

Aveva trascorso anni sulla Terra. Aveva passato gran parte della sua vita vivendo esattamente come un normale terrestre. Naturalmente si capiva che non era di queste parti: lo si vedeva dal colore della pelle, dal taglio degli occhi, dalla statura insolitamente bassa; ma nei modi di fare, non aveva nulla di diverso dall'umano medio.
Faceva il pizzaiolo. Un lavoro che gli piaceva; un lavoro che in un primo momento gli aveva dato grandi soddisfazioni: era così bello dare del cibo a chi ne aveva bisogno. Poi, qualcosa era cambiato.
Aveva avuto modo di osservare con più attenzione la società in cui si era catapultato. Aveva capito che molte delle cose che si era immaginato non corrispondevano alla realtà. Aveva capito che il benessere tanto decantato altro non era che una menzogna, una montagna d'immondizia placcata d'oro.
Che sulla Terra ci fosse la crisi lo sapeva già. Non era un mistero che il più della popolazione mondiale vivesse in condizioni di povertà; ma quello che non si immaginava era che la crisi non riguardasse solamente gli aspetti economici della vita.
La crisi riguardava tutto il sistema di valori terrestre, e lui se ne era reso conto troppo tardi.
Aveva deciso di tornare a casa, senza dire niente a nessuno. Dopo ben tredici anni dal suo arrivo sulla Terra, aveva capito che quella non era la vita che desiderava. Ci aveva messo moltissimo tempo per capire, era innegabile, ma si consolò pensando che la maggior parte degli umani viveva nella sua stessa condizione per tutta la vita, eppure non giungeva al suo stesso grado di consapevolezza.
In una piovosa giornata di aprile, in cui le nubi appena rischiarate dal sole coprivano come un triste coperchio la volta celeste ed il vento soffiava come se volesse far volare ogni passante, il buon alieno si era diretto a piedi verso la pensilina dell'autobus più vicina a casa. In pochi lo notarono: il grande impermeabile, gli occhiali da sole e la sciarpa che aveva indossato celavano più che bene i suoi tratti non umani. Aveva viaggiato per circa due ore, sempre con la fronte poggiata al finestrino, guardando la pioggia rigare come lacrime i vetri del veicolo.
Una volta arrivato all'aeroporto aveva contato ancora una volta i soldi che si era portato dietro: settecentotrenta euro, nonché tutti i suoi risparmi. Sapeva che non erano molti, ma sperava che sarebbero bastati per acquistare un biglietto di sola andata per il suo pianeta d'origine.
Speranzoso, e quasi con le lacrime agli occhi, si era messo a fare la fila, attendendo il proprio turno. Ci volle circa mezz'ora, ma finalmente arrivò il suo momento.
“Un biglietto di sola andata per Titania.”
“Sono novecentocinquanta euro, prego.”
“Quanti, scusi?”
“Novecentocinquanta”.
E facendo finta di cercare il portafogli: “Mi scusi, devo aver lasciato il portafogli in macchina. Torno tra cinque minuti.”
Stavolta le lacrime avevano invaso per davvero i grandi occhi dell'alieno. Era uscito con passo svelto dall'aeroporto, e si era seduto stringendo le gambe al petto, mentre la testa poggiava sconsolata sulle ginocchia, non curante della pioggia.
Non sarebbe mai tornato a casa. Come poteva riuscirci? Ci aveva messo quasi un anno per mettere da parte quel poco che aveva risparmiato, e lo aveva fatto rinunciando a qualche pasto. Era arrivato allo stremo delle forze per comprarsi un biglietto per tornare a casa, ed ora, a pochi passi dall'astronave diretta a Titania, il suo sogno si era infranto sul dolce sorriso di una cassiera.
Nel frattempo, non vedendolo al lavoro, gli amici provarono ripetutamente a chiamarlo. Dove si era cacciato quel nanerottolo dalla pelle rossa? Lo cercarono a casa, ma non lo trovarono; lo cercarono al bar, ma neppure lì si vedeva. Allora ricordarono. Gli strani discorsi dell'alieno tornarono alla mente degli amici: diceva che si sentiva giù di morale, che da un po' di tempo non riusciva a sentirsi a casa da nessuna parte, diceva che voleva tornare sul suo pianeta, deve si stava peggio, ma in fondo era tanto meglio.
Senza perdere tempo, i due terrestri presero il pullman diretto all'aeroporto, spendendo i pochi soldi che avevano per comprarsi un biglietto a testa. Una volta giunti a destinazione si precipitarono all'interno dell'edificio, e senza fare la coda per i biglietti si lanciarono da una delle cassiere, chiedendole se avesse visto un alieno basso, dalla pelle rossa, con grandi occhi neri. La ragazza dal dolce sorriso disse di averlo visto; che il piccoletto voleva un biglietto per Titania, ma sembrava essersi dimenticato il portafogli in macchina, quindi era andato a prenderlo, senza però fare ritorno.
I due amici tirarono un sospiro di sollievo: questo stava ad indicare che colui che cercavano era ancora sulla Terra e stava bene!
Guardarono in ogni dove per tutto l'aeroporto. Guardarono nei bagni, nei ristoranti, persino sotto alle poltrone, ma dell'amico non c'era traccia. Sconfortati uscirono all'aperto, senza nemmeno coprirsi il capo dalla pioggia battente, e facendo qualche passo attorno alla recinzione che delimitava il terreno delle piste di rullaggio, sentirono delle grida sommesse e strazianti. Erano del loro amico dalla pelle rossa.
Lo trovarono in lacrime, vicino all'aeroporto, mentre osservava i dischi volanti che prendevano quota, e lui, disperato e urlante, si lamentava di voler tornare a casa.
_Che ci fai qui? Perché piangi? Perché non ci hai detto nulla?
_Voglio tornare a casa. Ve lo avevo detto, mi manca Titania.
_Ma perché? Così, di punto in bianco. Che ha la Terra che non va?
_La Terra è stupenda, anche in un giorno di pioggia. È il modo in cui ci si vive che non va. L'ho capito solo ora, ma è meglio tardi che mai.
_Perché? Parla, confidati con noi.
Il piccolo alieno rosso, sollevando la testa per la prima volta, guardò tra le lacrime gli amici, e si decise a parlare.
_Non offendetevi, ma voi umani siete stupidi. Ed io, che ho vissuto con voi per così tanto tempo, sono stato altrettanto stupido. Ma ora ho capito: ora ho capito l'inganno che si cela dietro a questo finto mondo dorato. Ora voglio tornare a casa.
_Siamo stupidi? C'è un inganno? Ma di che stai parlando?
_Venendo da un altro mondo ho potuto vedere la differenza tra la mia gente e la maggior parte di voi umani. Inizialmente mi sono lasciato trascinare dal nuovo stile di vita, ma poi ho ricordato casa mia, e allora ho capito che qui sulla Terra non fate altro che vivere in catene. Siete incatenati dal futile desiderio, e se siete poveri, anzi, se siamo poveri, anche dalla necessità.
Facendo una breve pausa per “tirare su” col naso ed asciugarsi le lacrime, l'alieno invitò gli amici a sedersi vicino a lui. I due, senza farselo ripetere, si accosciarono accanto all'omino dai grandi occhi color della notte, il quale riprese a parlare.
_La necessità non è una colpa. Se non si hanno i soldi per vivere è normale restare incatenati dai bisogni più elementari. Si ha fame, si ha sete, si devono istruire i figli, e per questo servono soldi, che se mancano, causano tanti pensieri. Ma per le catene del futile desiderio siamo tutti colpevoli. Quante volte ho sentito gente desiderare una macchina più bella, una casa più grande, del cibo migliore. Quante volte ho visto dei bambini fare i capricci per qualcosa che non era necessario. Ci consumiamo sognando di avere quello che non potremo mai permetterci - e si incomincia a farlo fin da piccoli – e così facendo non ci godiamo quello che abbiamo. Si tende a volere sempre di più, ad ogni costo, e per ottenerlo alcuni umani non esitano ad abbandonare ogni scrupolo. C'è gente in questo mondo che spende milioni di euro per una casa, mentre voi, amici miei, ed io, un povero alieno, facciamo fatica a pagare l'affitto. C'è gente che si compra macchine da trecentomila euro, e noi giriamo sui pullman. Ma quello che è peggio, è che molto spesso l'uomo medio sogna di vivere come quelli che sprecano denaro senza ritegno, non rendendosi nemmeno conto del proprio stupido desiderio.
Ancora una volta le lacrime ruppero la voce dell'alieno, e ancora una volta, gli amici non aprirono bocca, aspettando che l'amico continuasse il suo discorso.
_La Terra ci dà tutto, ma non ce lo facciamo bastare. In un mondo dalle risorse finite, è inevitabile che chi tiene per sé più del necessario non faccia altro che sottrarlo ad altri, creando degli squilibri. E noi, che abbiamo solo lo stretto necessario per vivere, guardiamo a quelli che hanno tutto e proviamo invidia nei loro confronti, perché loro si possono permettere ciò che noi nemmeno osiamo immaginare. Io capisco il desiderio di una vita dignitosa, ma quando desideriamo lo stile di vita di coloro che abitano nel lusso, allora senza rendercene conto non facciamo altro che legittimare un sistema iniquo, perché anche noi saremmo disposti a tenere più del necessario, a diventare avidi senza cuore, diventando a nostra volta detrattori di altre persone.
Gli amici, sentendo queste parole, abbassarono il capo, forse in lacrime, forse solo per pensare, e poggiarono una mano sulle spalle dell'alieno, come per volergli fare coraggio.
_Io piango. Piango perché la maggior parte della gente non riesce a capire che non dovrebbe essere ciò che si possiede a dare soddisfazione, ma dovrebbe soddisfare ciò che si riesce a diventare. Non dovrebbe essere la ricchezza a fare la differenza, ma dovrebbero essere le cose più semplici: i piccoli successi personali, la soddisfazione che provo nel fare qualcosa, gli amici con cui posso parlare, le cose che ho imparato leggendo un libro. Questo dà la vera felicità, perché è con questo che si conquistano davvero le cose, non col denaro. Il denaro può servire per i bisogni elementari, una volta soddisfatti quelli, diventa inutile. Invece in sto mondo di merda ci si incaponisce per diventare ricchi, rimanendo dal punto di vista personale degli esseri orrendi. Per questo voglio tornare a casa, per questo mi manca Titania, pianeta anch'esso vittima delle dinamiche della Terra.
_Cosa c'entra Titania? Perché è vittima?_ chiesero quasi in coro i due amici.
_Non capite? Succede lo stesso che accade con i ricchi e i poveri. Gli abitanti della Terra per soddisfare i loro futili desideri tolgono risorse agli altri pianeti, che non hanno più nulla di cui vivere. Noi ci mangiamo schifezze da mattina a sera, e su Titania non c'è nemmeno una razione di riso pro capite al giorno. Noi compriamo l'acqua al supermercato, e su Titania la gente si fa chilometri a piedi per raccoglierla in secchi da una pozzanghera. Sulla Terra si fa una vita stupida. Per questo voglio tornare dove non c'è nulla, perché almeno là sarò schiavo della sola necessità. Qua invece dovrò guardarmi costantemente dal rischio di non diventare come un terrestre medio: schiavo di necessità e di futili desideri. In fondo, si sta meglio dove i soldi nemmeno esistono, perché tutto quello che c'è lo si può avere subito, anche se poco, e non si è costretti ad osservare da mane a sera qualcosa che ci manca, senza mai avere la possibilità di averlo. Ed io, che anche cerco di preservarmi immune dal futile desiderio, vivo costantemente con la rabbia, perché vedo tutto questo senza poter far nulla. Per questo, amici, piango e voglio tornare a casa. Per questo.
Gli amici ascoltarono, d'accordo su tutto quanto detto dall'amico. Su tutto, tranne che una cosa. Guardandosi in viso e capendosi senza aprir bocca, i due umani risposero a turno al piccolo alieno.
_Non è vero che non puoi far nulla._ Disse uno.
_Puoi parlare, come hai fatto con noi. Piano piano, tutti insieme, si può far molto._ Concluse l'altro.
E prendendo per mano l'omino dai grandi occhi neri, si diressero verso il pullman per tornare a casa, costatando che la pioggia, nel frattempo, scendeva meno forte.

venerdì 25 settembre 2015

LA BANDA DEL CORTILE: GIORNO LAVORATIVO

di Gianluca Bissolati


 Una volta giunto al ristorante, parcheggio sempre sotto il vecchio fico; dal momento che dopo il colloquio non è più capitato nulla di spiacevole con gli uccelli, ho deciso di continuare a sfruttare la sua ombra.
Scendo dalla mia Panda e accendo come di consueto la sigaretta pre-lavorativa e mi dico che se oggi lavoro bene, lunedì con Niky e Giova, andrò a farmi una giornata in piscina. È da tanto tempo che non ci vado e forse non ci andrò neanche stavolta, per un motivo o per un altro, ma me lo ripeto comunque pure oggi, giusto per trovare uno stimolo e iniziare a lavorare con un briciolo di voglia in più.
 Guardando il parcheggio, vedo che sono il primo tra i camerieri ad essere arrivato. Per ora c’è solo il Kangoo grigio di Piero. Infatti sono arrivato con un quarto d’ora d’anticipo, deve essere arrivato da poco pure il Boss.
 Entro e saluto, ma non vedo nessuno. Dalla cucina, dietro al bancone, arrivano dei rumori e capisco che la cuoca sta già armeggiando con le padelle. È una donna di mezza età con i capelli lunghi fino alle spalle e l’aria simpatica.
 “Salve Carla.”
 “Ciao Max “ mi urla dalla cucina “sei in anticipo.”
 “Sì, lo so, non avevo nulla da fare a casa.”
 In realtà le cose da fare ci sono sempre a casa mia, ma mi ero stufato di sentire mia madre e mio padre che continuavano a ripetermi come era meglio fare il cameriere. Per carità, lo fanno per aiutarmi, però dopo due ore erano diventati un po’ pesanti.
 “Ah, bravo allora, trovato traffico?”
 “No, deserto. Dov’è Piero?”
 “È sul retro, starà prendendo le birre da mettere in frigorifero, non saprei.”
 “Va beh, vado a mettere giù la felpa e lo cerco.”
 Vado sul retro del ristorante. Vicino al bagno del personale c’è lo sgabuzzino ed è li che appendo la felpa, su un attaccapanni mezzo storto. Mentre esco, sento Piero che impreca contro la legna.

 Perché cazzo bestemmia contro la legna?

Giro l’angolo e vedo che cerca con uno sforzo titanico di sollevare una cassetta stracolma di ciocchi per il forno. Rimango fermo a guardarlo aspettando che sia lui ad accorgersi della mia presenza. È poco più basso di me, sulla sessantina ed ora ha pure una ragnatela di vene che si gonfiano sulla parte destra del collo.

 Vai ad aiutarlo, non vedi che tra un po’ schiatta?
 Tu dici?

Mi avvicino facendo rumore, in modo che si accorga della mia presenza. Non sia mai che lo spaventi involontariamente e gli prenda un infarto.
 “Buonasera, serve una mano?”
 “Ah! Ciao. Ti sembra che mi serve una mano? No. Ce la faccio benissimo da solo però, se proprio vuoi, tu porta la legna, io vado a prendere le birre intanto.”

 Ovviamente. Ce la fai benissimo da solo. Certo.

 “Ok.”
 Prendo la cassetta e Ma quanto cazzo l’hai caricata?! mi avvio verso il forno a legna. Piero da dietro mi urla:
 “Ce la fai?”

 No...

 “Sì sì. Tranquillo.“  
Ma se non mi si spezza la schiena e non mi cade tutto in terra è un miracolo.
 Arrancando, arrivo vicino al grande forno a legna dietro la pizzeria e mi appresto a sistemare i ciocchi. Nel frattempo, Piero arriva dal bancone del bar e mi dice di lasciare perdere quel lavoro, lo avrebbe fatto fare ad un altro più tardi, e di cominciare a preparare i tavoli della sala al piano terra.
 Prendo le tovaglie e le sistemo, prendo i coprimacchia e appoggio pure quelli poi, mentre prendo le posate, arriva il primo degli altri camerieri.
 “Ciao Max.”
 “Ciao.“ Saluto gentilmente.
 Arriva il secondo.
 “’Sera Max.”
 “’Sera.“ Saluto anche lui.
 Arriva pure il terzo.
 “Ehi! Max! Tutto bene?”
 Faccio un cenno con la testa e ‘ok’ con la mano.
 Il quarto.
 “Ciao Max.”
 Ignoro e faccio finta di non aver sentito.
 In mezz’ora la sala è pronta e mi preparo per andare ad aiutare al piano di sopra, ma proprio mentre sto per salire le scale il Boss mi chiama da parte.
 “Lascia stare di sopra, se la cavano da soli. Tu invece vai nello sgabuzzino, apri l’armadio e prendi la camicia bianca e il papillon, che stasera fai tu l’accoglienza.”
 “Io? Sei sicuro?”
   
Prima mi insulti per l’aspetto da teppista che ho, poi mi metti a fare l’accoglienza?

 “Sì, tu. Vai, dai.”
 “Va bene.”

Sei diventato pazzo.

Mi è stato spiegato un po’ cosa devo fare. Nulla in pratica. Chiedo ai clienti se hanno prenotato, se sì, controllo sul registro che tavolo è riservato per loro, se no, li accompagno ad un tavolo libero. Non so bene come si faccia l’accoglienza altrove, ma da noi è una cosa molto alla buona, quindi ce la farò senza problemi.
 Anche se ancora non mi spiego come mai sia stato scelto proprio io per questo ruolo. Ok, sono abbastanza socievole, ma non ho proprio l’aspetto rassicurante, mi tocca ammetterlo. Forse Piero vuole dare una svecchiata all’immagine del locale? Forse cerca di far capire che sono tutti ben accetti nella sua pizzeria?

 Bah, che cazzo me ne frega in fondo? Io sto qua a far nulla e mi pagano pure.
 Prendila come una dimostrazione di fiducia.
 Sì, ma non me la spiego lo stesso.
 E allora che vuoi? Andare a servire ai tavoli? Se preferisci, basta dirlo, Piero ti accontenta.
 No, va benissimo così. Forse mi ha mandato qui perché l’ultima volta ho discusso un po’ con quell’ubriacone.
 Discusso un po’! Gli hai praticamente detto di non rompere i coglioni.
 Sì, ma parafrasando. E poi avevo ragione.
 Parafrasando? Secondo te: ‘Per favore non continui a chiedere alcolici che sta mettendo in imbarazzo la sua famiglia’ è un modo gentile per parlare coi clienti?
 Ma avevo ragione.
 Sì certo.
 E poi mi dà fastidio ‘sto cazzo di papillon!
 Dai, concentrati che c’è gente.
 Oddio! Che cos’è? Una donna o uno scorfano?
 Magari entrambi. È una sirena.
 Ma no cazzo! Mi distruggi un mito!

 “Salve, avete prenotato?”
 “Sì, un tavolo per due” mi dice l’uomo basso e grasso che sta insieme alla Sirena-Scorfano.
 “Nome, prego.”
 “Monicelli.”
 “Perfetto, controllo sul registro.”
 Dando un’occhiata alla lista di nomi che ho di fronte, faccio di tutto per non scoppiare a ridere. Lei è orrenda, ma lui deve essere davvero disperato per essere finito con una del genere.
 Ma quanto sei bastardo?
 “Ok, vi accompagno al tavolo.”
 Andiamo tutti e tre nella sala da pranzo al piano terra; io per primo, la “Sirena-Scorfano” con un’aria altezzosa e arrogante dietro di me e il marito per ultimo, che la segue come un cagnolino.
 Chissà cosa le passa per la mente per avere un’aria così superba mentre si guarda attorno.
Torno al mio banchetto. Sopra il gradino mi sento dietro un pulpito, come un giudice pronto ad emettere la sentenza, o un prete che si accinge a sparare un sermone pieno zeppo di cazzate perbeniste. Ma qua dietro non ho alcun potere, e men che meno la possibilità di essere ascoltato seriamente da qualcuno.

 Mi annoio in mezzo a questa solitudine affollata.
 Va beh, pensa che ti pagano.
 Ma il tempo non passa più, e inizio a spararmi segoni mentali su gente che neanche conosco.
 Vedilo come un passatempo.
  Ok, inizia il ‘gioco dei giudizi avventati e tendenziosi su gente che non conosco per niente’.
 Bello! Gioco pure io. Dai che ne arriva un’altra!
 Allora, di viso non è male, però non ha assolutamente né tette né culo. Il fidanzato invece mi sa di sfigato, ma anche questo pieno di soldi.
 Per me no, è sfigato e pure povero. Altrimenti non si spiegano le Sneakers mezze sfondate.
 Già, forse hai ragione.

 “Salve, prenotato?”
 “Sì, Valvassini.”
 “Va bene, controllo il registro.”

 Hai ragione, ha pure un nome da povero, non è neanche valvassore.
 Oddio! Questa però è grossa come cazzata!
 Colpa della noia.

 “Vi accompagno alla sala di sopra.”
 Li faccio sedere e mi ringraziano e questo mi rende la signorina “Tavola da surf” e “Lo Sfigato” più simpatici; sembrano dei bravi ragazzi in fondo. Sicuramente meglio della “Scorfana”.
 Scendo e torno al mio ‘pulpito’.

 La serata prosegue tranquilla. Man mano che passa il tempo i clienti arrivano con meno frequenza mentre alcuni se ne sono già andati, come ‘Tavola da Surf’ e ‘Sfigato’. Ci ho scambiato quattro chiacchiere e devo dire che sono davvero dei bravi ragazzi, e per di più mi hanno lasciato cinque euro di mancia.
 Sono circa le nove meno un quarto, ormai da dieci minuti non si fa più vivo nessuno ma io, per ordine di Piero, ho l’obbligo di rimanere alla mia postazione almeno fino alle nove e trenta.
 Giusto per fare passare il tempo do un’occhiata al registro. Non manca più nessuno di quelli che hanno prenotato, di conseguenza temo che la mia esperienza all’accoglienza sia terminata.

 E meno male!
 Dai che non è stato così terribile!
 Ok, ma troppo noioso. Sempre le solite conversazioni del cazzo.
 Cosa centra? Anche in fabbrica era noioso, ed era molto peggio.
 Infatti non sto dicendo che preferisco la catena di montaggio all’accoglienza, dico solo che è noioso.
 Sempre a lamentarti.
 Poi, fosse arrivata almeno una bella ragazza! La migliore era ‘Tavola’. Fai tu.
 Non puoi pretendere Miss Italia. Accontentati.

 Le campanelle appese tra le piume dell’acchiappasogni che sta sopra la porta suonano.

 Vediamo che bestia entra stavolta.

Alzo la fronte dal registro e rimango senza parole.
 La ragazza più bella che abbia mai visto, non solo questa sera, ma praticamente in tutta la mia vita è davanti al bancone del bar.